Nel mio ambulatorio a Roma vedo spesso adulti tra i 30 e i 45 anni con una storia simile: dolore all'inguine che va avanti da anni, attribuito a una tensione muscolare, a qualche vecchia distorsione, al logorio dell'età. Poi una radiografia cambia tutto: la causa è una displasia dell'anca — una malformazione presente dalla nascita che non era mai stata diagnosticata, o non era stata trattata in modo adeguato.
Non è un caso isolato. La displasia dell'anca nell'adulto è tra le cause più frequenti di artrosi precoce dell'anca, spesso prima dei 50 anni, e colpisce prevalentemente le donne. La buona notizia è che esistono risposte efficaci per ogni stadio della malattia: dalla fisioterapia mirata alla chirurgia di conservazione articolare, fino alla protesi nei casi con artrosi avanzata. La scelta giusta dipende da una valutazione specialistica precisa — ed è questo che faccio.
La displasia dell'anca è una malformazione dell'articolazione coxofemorale in cui l'acetabolo — la cavità ossea che accoglie la testa del femore — è poco profondo o mal orientato. La testa del femore non è adeguatamente coperta: tende a scivolare verso i margini, distribuisce il carico in modo anomalo sulla cartilagine e genera un'instabilità progressiva dell'articolazione.
Nella maggioranza dei casi la condizione è congenita — si chiama displasia congenita dell'anca (DCA) — e nasce con il paziente o si sviluppa nei primi mesi di vita. Quando non viene trattata in infanzia o adolescenza, i meccanismi compensatori del corpo riescono a mantenere una funzione accettabile per decenni. Poi, tipicamente tra i 25 e i 40 anni, il danno cumulato raggiunge una soglia critica e la sintomatologia diventa evidente.
La displasia si presenta con gradi diversi di sublussazione e con morfologie variabili: eccesso di antiversione femorale, coxa valga, acetabolo piatto o verticale. Questa variabilità rende indispensabile una valutazione ortopedica specializzata con imaging dedicato.
Il sintomo principale è il dolore all'inguine, spesso descritto come avvolgente — "a forma di C" — che può irradiarsi verso il fianco o la coscia. Peggiora durante la flessione dell'anca: salire le scale, passare dalla posizione seduta in piedi, camminare su terreni in pendenza. Migliora con il riposo.
Altri segnali che valuto sistematicamente durante la visita:
La diagnosi parte dall'esame clinico: valuto la deambulazione, eseguo il test di Trendelenburg, misuro la mobilità articolare e la rotazione interna in flessione. Il test di apprensione anteriore, quando positivo, indica un'instabilità articolare significativa.
L'esame strumentale di primo livello è la radiografia del bacino in ortostatismo (sotto carico). I due parametri che analizzo sempre sono:
Quando si pianifica un intervento integro con la TC per valutare l'antiversione acetabolare e femorale in tre dimensioni. La RMN è utile per valutare invece lo stato del labbro acetabolare e della cartilagine: informazione decisiva per capire se l'anca è ancora preservabile.
Escludo sempre anche il conflitto femoro-acetabolare (FAI), che può coesistere con la displasia o presentarsi con sintomi simili e richiede un percorso terapeutico diverso.
È la domanda che mi fanno più spesso — e merita una risposta diretta.
Se la displasia non viene trattata, il carico anomalo sulla cartilagine acetabolare porta inevitabilmente a degenerazione articolare progressiva. Il risultato è la coxartrosi — l'artrosi secondaria alla displasia — che negli adulti con questa condizione tende a manifestarsi in modo precoce, spesso prima dei 40-50 anni.
Le conseguenze nel tempo:
La displasia evolve. Il momento migliore per intervenire è quando l'articolazione è ancora preservabile — prima che l'artrosi raggiunga uno stadio irreversibile.
Nei pazienti con displasia lieve o borderline, senza artrosi significativa, il trattamento conservativo ha un ruolo nella gestione dei sintomi e nel rallentamento della progressione. Non corregge l'anatomia — ma può ridurre il dolore e rafforzare le strutture muscolari che compensano l'instabilità.
Le componenti principali del trattamento conservativo:
Nei pazienti giovani con displasia significativa ma con cartilagine ancora conservata, il trattamento fisioterapico conservativo è spesso un ponte in attesa della chirurgia preservativa, non un'alternativa definitiva.
Quando la displasia è significativa, l'anca è ancora congruente e la cartilagine è integra, il trattamento di scelta nei pazienti giovani e negli adulti attivi è l'osteotomia periacetabolare (PAO). È l'unica tecnica che corregge la causa anatomica della displasia senza sostituire l'articolazione.
Come funziona: si eseguono osteotomie controllate dell'ileo, del pube e dell'ischio in prossimità dell'acetabolo, lasciando intatta la colonna posteriore. Questo consente di riposizionare l'acetabolo nelle tre dimensioni, aumentando la copertura della testa femorale, redistribuendo il carico su una superficie cartilaginea più ampia e riducendo l'instabilità. Il risultato è la riduzione del dolore, il ripristino della funzionalità e, soprattutto, la prevenzione dell'artrosi.
La PAO è indicata nei pazienti con displasia documentata anca concentricamente ridotta, cartilagine conservata e un'età compresa generalmente tra i 15 e i 45 anni. Nei casi correttamente selezionati, la sopravvivenza dell'anca naturale a 15 anni supera il 90%.
Quando la displasia ha già prodotto un'artrosi avanzata, la chirurgia preservativa non è più indicata. La soluzione è la protesi d'anca.
L'impianto di protesi in un'anca displasica è tecnicamente più complesso rispetto all'artrosi primaria: la testa femorale è spesso spostata superiormente, il canale midollare ha dimensioni ridotte e la geometria acetabolare è anomala. Secondo i dati del Registro italiano ArtroProtesi, in Italia vengono effettuati oltre 90.000 interventi di sostituzione dell'anca ogni anno. Pochi chirurghi trattano regolarmente quelli su base displasica.
Nel mio approccio utilizzo la protesi mini-invasiva con accesso anteriore: tecnica che garantisce ripresa funzionale più rapida, minore sanguinamento e riduzione del rischio di lussazione post-operatoria — anche nelle anche displastiche.
Dopo l’osteotomia periacetabolare: carico limitato con stampelle nelle prime 6-8 settimane; ritorno alle attività quotidiane in 3-4 mesi; attività sportiva leggera dopo 6-12 mesi. La fisioterapia post-operatoria inizia già nei primi giorni.
Dopo la protesi d'anca: carico totale già dal primo giorno; dimissione in 3-5 giorni; ritorno alla vita normale in 4-6 settimane. Ho raccolto le indicazioni fondamentali su come dormire dopo la protesi dell'anca in un articolo dedicato.
Hai dolore cronico all'inguine, hai già ricevuto una diagnosi di displasia o stai cercando una seconda opinione? Vuoi valutare un intervento di protesi anca mininvasiva?
Puoi contattarmi per una valutazione specialistica come ortopedico dell'anca a Roma.
Visito all'Ospedale Israelitico (Via Fulda 14) e presso la clinica Ars Biomedica (Via Luigi Bodio 58).

Dr. Daniele Caviglia
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