Le fratture della tibia costituiscono una lesione ossea comunemente riscontrabile nella pratica clinica e purtroppo non poco impattante su mobilità e stato di salute del paziente. La tibia ha un ruolo cardine nel sostenere il peso corporeo durante la postura eretta e la deambulazione, per cui le sequele funzionali possono essere molto rilevanti. Lo spettro di lesioni è variabile, da piccole infrazioni a fratture complete scomposte, e sono spesso causate da traumi diretti o indiretti per cadute o incidenti automobilistici.
Le fratture della tibia rappresentano la frattura delle ossa lunghe più comune, costituendo circa il 17% di tutte le fratture degli arti inferiori e il 4% di tutte le fratture riscontrate nella popolazione. Queste fratture sono più comuni nei maschi e mostrano una distribuzione bimodale per età in rapporto alle cause, con meccanismi ad alta energia nei pazienti giovani e cadute o meccanismi a bassa energia nei pazienti anziani. Questo articolo esplorerà i diversi tipi di fratture della tibia, le cause, i sintomi e le opzioni di trattamento disponibili.
La tibia è una delle due ossa della gamba insieme al perone, situato lateralmente rispetto alla tibia e con la quale intrattiene ben due rapporti articolari. La tibia è l'osso più grande e robusto della gamba e si estende dal ginocchio fino alla caviglia. Analogamente a tutte le ossa lunghe è suddivisibile in una diafisi e due epifisi. La diafisi è la regione centrale dell'osso, è caratterizzata da una sezione trasversale di morfologia triangolare ed è responsabile del sostegno del peso corporeo.
La tibia è coinvolta in diverse articolazioni e presenta legamenti che contribuiscono alla stabilità dell'articolazione del ginocchio e dell'articolazione tibiofibulare. L'epifisi prossimale forma l'articolazione del ginocchio con i condili femorali attraverso il piatto tibiale, mentre l'epifisi distale partecipa all'articolazione della caviglia rapportandosi con l’astragalo del piede.
Il margine anteromediale della tibia costituisce la cresta tibiale, che risulta facilmente palpabile in quanto scarsamente rivestita da tessuti molli. La tuberosità tibiale è un addensamento corticale localizzato anteriormente sull’epifisi prossimale, e rappresenta il punto di inserzione del tendine rotuleo. Il tubercolo del Gerdy, invece, si localizza in una regione più superiore e laterale e costituisce il punto di inserzione della bandelletta ileotibiale. Sull’epifisi prossimale si inserisce anche la zampa d’oca, complesso tendineo costituito dai tendini dei muscoli sartorio, semitendinoso e gracile.
Dal punto di vista biomeccanico, la tibia svolge un ruolo fondamentale nel sopportare il peso dell'arto inferiore, reggendo l'80-85% del carico. La membrana interossea, una struttura fibrosa che connette la tibia e il perone, fornisce stabilità assiale all'articolazione tibiofibulare.
I muscoli che si inseriscono sulla tibia possono essere suddivisi in diversi compartimenti. Nel compartimento anteriore si trovano il muscolo tibiale anteriore, l'estensore lungo delle dita e l'estensore lungo dell'alluce. Nel compartimento laterale si trovano il peroneo lungo e il peroneo breve. Nel compartimento posteriore superficiale si trovano il gastrocnemio (capo mediale e laterale), il soleo e il plantare. Nel compartimento posteriore profondo si trovano il muscolo popliteo, il tibiale posteriore, il flessore lungo delle dita e il flessore lungo dell'alluce.
Le fratture della tibia possono manifestarsi in seguito a svariati eventi traumatici e meccanismi lesionali. I traumi a bassa energia più comuni che conducono a frattura includono cadute dalla posizione eretta e movimenti di torsione. In questi casi, le fratture tendono ad assumere una configurazione a spirale, e sono spesso associate a frattura del perone e lesione dei legamenti del pivot centrale del ginocchio.
D'altro canto, le fratture ad alta energia possono essere il risultato di traumi e forze dirette, come incidenti automobilistici, cadute da altezze elevate o traumi sportivi in ambito agonistico. In tali circostanze, le fratture tendono a presentare una morfologia a cuneo o obliqua, e possono essere complicate dalla presenza di frammentazione. In caso di cadute da altezze elevate è possibile rilevare comminuzione ossea. Inoltre, è speso presente anche una frattura a carico del perone nello stesso punto. Queste fratture sono generalmente associate a gravi lesioni dei tessuti molli, diversamente dai meccanismi traumatici a bassa energia.
Le fratture della tibia possono interessare diversi segmenti dell'osso. In questo articolo trattiamo principalmente le fratture tibiali extra-articolari, ma è bene tenere presente che esistono fratture articolari coinvolgenti il ginocchio o la caviglia. Esempio classico è la frattura del malleolo posteriore, che può impattare sulla stabilità dell’articolazione della caviglia. Altra casistica è la frattura del piatto tibiale, con possibile compromissione dei condili femorali, dei menischi e dei legamenti dell’articolazione del ginocchio. È fondamentale eseguire una valutazione accurata delle fratture delle epifisi prossimali della tibia al fine di escludere un coinvolgimento della superficie articolare. Questa valutazione può essere effettuata attraverso l'utilizzo di radiografie standard e tomografia computerizzata (TC).
Le fratture della tibia possono essere accuratamente classificate al fine di comprendere meglio il loro pattern, la localizzazione e i danni ai tessuti molli associati. Tra le classificazioni più utilizzate troviamo quella proposta dalla OTA, che suddivide le fratture in tre categorie principali: fratture semplici, fratture a cuneo e fratture complesse/comminute.
La classificazione di Oestern e Tscherne si concentra specificamente sulle lesioni dei tessuti molli in caso di fratture chiuse, attribuendo loro un grado di gravità. Tale classificazione rappresenta un importante strumento per valutare l'impatto delle lesioni tessutali e per orientare le decisioni terapeutiche.
Per quanto riguarda le fratture esposte della tibia, la classificazione di Gustilo-Anderson offre una suddivisione dettagliata in cinque tipi in base all'entità del danno ai tessuti molli e alla necessità di lembi cutanei.

Le manifestazioni cliniche delle fratture della tibia sono spesso eclatanti e facilmente inquadrabili dal personale medico, soprattutto in caso di fratture esposte con lesioni vascolari. In caso di fratture chiuse, i pazienti spesso riferiscono un dolore osseo acuto localizzato a carico della gamba interessata, che può raggiungere un'intensità considerevole. Inoltre, l'incapacità di sostenere il peso sulla gamba colpita e quindi la limitazione funzionale costituisce un segno comune. Un'altra manifestazione clinica frequente è la presenza evidente di una deformità, che può manifestarsi attraverso un'angolazione o rotazione anomala della tibia rispetto all’asse della gamba.
Durante l’esame obiettivo il medico valuta la presenza di esposizione, emorragie visibili e deformità del segmento scheletrico. Frequentemente sono rilevabili escoriazioni e lesioni dei tessuti molli. La palpazione viene eseguita per valutare la consistenza di ciascun compartimento muscolare, soprattutto al fine di individuare eventuali segni di sindrome compartimentale in fase evolutiva. È possibile riscontrare anche crepitii ossei in caso di movimentazione del segmento fratturato
L'esame neurovascolare riveste un ruolo cruciale per valutare possibili danni a vasi e nervi periferici. È necessario valutare sensibilità e motricità dei nervi peroneo profondo, peroneo superficiale, surale, tibiale e safeno. Vengono valutati i polsi dorsali del piede e il polso tibiale posteriore, e vengono sempre confrontati con il lato sano. Se necessario, è possibile fare ricorso all’esame ecografico per valutare danni vascolari, lesioni muscolari e/o tendinee associate.
La diagnosi delle fratture della tibia richiede l'utilizzo combinato di radiografie e tomografia computerizzata (TC) al fine di ottenere un quadro completo. È raccomandato eseguire proiezioni antero-posteriori (AP) e latero-laterali (LL) della tibia, nonché proiezioni AP, LL e oblique del ginocchio e della caviglia in caso di sospetta frattura articolare. È opportuno ripetere le radiografie dopo l'immobilizzazione con stecca o la manipolazione della frattura per valutare eventuali cambiamenti nei rapporti tra i capi ossei fratturati.
La TC è indicata nei casi in cui vi sia un’estensione intra-articolare della frattura o sospetto coinvolgimento del piatto tibiale, nonché nelle fratture della tibia distale e fratture spiroidi. Questo esame è utile anche per escludere fratture malleolari posteriori e per identificare eventuali complicanze durante il consolidamento e la guarigione della frattura.
Il trattamento delle fratture della tibia può essere conservativo o chirurgico a seconda delle caratteristiche specifiche della frattura e delle condizioni del paziente preso in carico.
Il trattamento conservativo rappresenta l'opzione più appropriata per le fratture tibiali chiuse conseguenti a traumi a bassa energia con un allineamento accettabile dei capi ossei. La frattura viene ridotta mediante manovre manuali e si immobilizza mediante tutore gessato. Questo approccio è indicato per fratture aventi angolazioni varo-valgo inferiori a 5°, angolazioni anteriori/posteriori inferiori a 10°, accorciamento dell’arto inferiore a 1 cm e mal-allineamento rotazionale inferiore a 10°.
Il trattamento conservativo ha dimostrato alti tassi di successo nel mantenere l'allineamento angolare e rotazionale dei capi ossei. Le fratture oblique e comminute presentano un rischio maggiore di accorciamento della gamba, per cui in questi casi il trattamento conservativo può non prevenire completamente tale esito. Inoltre, è presente un basso rischio di non consolidamento della frattura, che si attesta intorno all'1% nei pazienti trattati con riduzione chiusa e trattamento conservativo.
Il trattamento chirurgico può essere indicato per le seguenti condizioni: fratture scomposte o esposte, fratture associate a lesioni dei tessuti molli, fratture comminute, fratture tibiali bilaterali, pazienti con obesità. È sempre indicato quando non è possibile ottenere un allineamento accettabile con il trattamento conservativo, soprattutto per il rischio di vizi di angolazione e vizi di consolidamento. La scelta del trattamento dipende dalle caratteristiche specifiche della frattura e dalle condizioni del paziente.
Le opzioni chirurgiche disponibili comprendono la fissazione esterna, la fissazione interna con chiodo intra-midollare, la fissazione interna con placche e viti. La fissazione esterna viene utilizzata come misura in caso di politrauma o fratture esposte con alto grado di lesione dei tessuti molli o contaminazione del focolaio di frattura. Tuttavia, la fissazione esterna deve essere convertita nell’applicazione di un chiodo endomidollare entro un determinato periodo di tempo per ottenere una guarigione e risultati funzionali ottimali.
Il chiodo endomidollare è il trattamento di scelta per le fratture diafisarie della tibia e richiede il soddisfacimento di indicazioni specifiche. Il chiodo viene inserito nel canale diafisario, e mediante piccole incisioni vengono applicate viti a monte e a valle della frattura. Vantaggi sono la non esposizione del focolaio di frattura e la possibilità di micro-movimenti ossei in grado di stimolare la genesi del callo osseo durante la guarigione della frattura. La fissazione interna con placche e viti viene utilizzata quando il chiodo intra-midollare non fornisce una fissazione sufficiente per l’epifisi prossimale o distale della tibia, o in presenza di impianti o protesi adiacenti.
Le fratture della tibia possono comportare diverse complicanze. Il dolore anteriore al ginocchio è una problematica comune, con un'incidenza del 30-50% nei casi gestiti con chiodo intra-midollare. I vizi di consolidazione, caratterizzati da deformità in valgo o procurvato, si riscontrano nell'8-10% di tutte le fratture della diafisi tibiale, ma può raggiungere il 50% per le fratture epifisarie. Il disallineamento delle fratture della tibia distale è associato a un aumentato rischio di osteoartrosi nella caviglia ipsilaterale. Ulteriori complicanze sono la sindrome compartimentale, lesioni nervose e infezioni, le quali presentano varie incidenze. La sindrome compartimentale è più frequente nelle fratture della diafisi tibiale rispetto alle fratture prossimali o distali.
La gestione delle complicanze dipende dal caso specifico e può richiedere interventi chirurgici, la rimozione del materiale di fissazione, osteotomie tibiali e la gestione delle infezioni. È fondamentale valutare attentamente ciascuna situazione e adottare le misure appropriate per garantire il miglior risultato clinico possibile.

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