Nella pratica clinica è frequente l’idea che “mettere la protesi” implichi necessariamente la sostituzione dell’intera articolazione. Non è così. Quando la gonartrosi interessa un solo compartimento del ginocchio, esiste un’opzione chirurgica mirata: la protesi monocompartimentale, o protesi parziale, che sostituisce esclusivamente il compartimento affetto preservando le strutture ancora integre.
La protesi monocompartimentale del ginocchio è un impianto che sostituisce uno solo dei tre compartimenti dell’articolazione, conservando osso, cartilagine e legamenti delle zone ancora sane. È l’alternativa più conservativa alla protesi totale, che invece prevede la sostituzione dell’intera superficie articolare del ginocchio.
Si ricorre a questa soluzione in pazienti con artrosi localizzata. Rispetto alla protesi totale, l’approccio monocompartimentale è associato a un recupero funzionale più rapido, una minore perdita ematica intraoperatoria e una riduzione delle complicanze perioperatorie.
Il ginocchio è composto da tre zone distinte: il compartimento mediale (interno, sottoposto al maggior carico durante la deambulazione), il compartimento laterale (esterno) e il compartimento femoro-rotuleo, dove la rotula si articola con il femore.
La gonartrosi raramente interessa i tre compartimenti in modo simultaneo. Il compartimento mediale è il più frequentemente coinvolto in fase iniziale, per effetto del maggior carico assiale che grava sul versante interno del ginocchio.
L’intervento di protesi monocompartimentale è indicato in pazienti con gonartrosi, cioè artrosi del ginocchio, confinata a un singolo compartimento articolare, nella grande maggioranza dei casi quello mediale.
Il quadro tipico è quello di un dolore ben localizzato, a carattere meccanico, che non risponde adeguatamente al trattamento conservativo — farmacologico, infiltrativo e fisioterapico — e che compromette le attività della vita quotidiana e la qualità di vita.
I pazienti che valutano questo tipo di intervento rientrano in uno di questi profili:
L’indicazione di base è la gonartrosi confinata a un solo compartimento del ginocchio (gonartrosi monocompartimentale). Il paziente tipico ha un dolore preciso e riproducibile, che il trattamento conservativo non è in grado di controllare in modo soddisfacente.
Oltre alla gonartrosi monocompartimentale, devono essere soddisfatti requisiti anatomici e funzionali specifici. La letteratura scientifica è concorde su questo punto: i fallimenti precoci dell’impianto, osservati nei primi cinque anni, sono strettamente correlati a una selezione non appropriata del paziente e a una tecnica chirurgica imprecisa.
I requisiti da valutare prima di proporre questo intervento:
Esiste poi un’indicazione meno comune ma riconosciuta: la necrosi avascolare di un compartimento, cioè la necrosi ossea subcondrale da insufficiente perfusione vascolare. In questi casi, quando la lesione interessa solo un versante del ginocchio e i requisiti sopra sono rispettati, la protesi monocompartimentale può essere una valida alternativa alla protesi totale.
Per molti anni l’obesità è stata considerata una controindicazione relativa alla protesi monocompartimentale. L’evidenza scientifica più recente ha ridimensionato questa posizione e il tema merita un approfondimento, trattandosi di uno dei quesiti più frequenti in sede di consulenza.
Una metanalisi condotta su oltre 42.000 procedure non ha evidenziato un aumento statisticamente significativo del tasso di revisione in pazienti con BMI superiore a 30, 35 o 40; in questa popolazione è stato anzi rilevato un miglioramento funzionale post-operatorio più marcato rispetto ai pazienti normopeso.
Uno studio a medio termine su 355 pazienti ha confermato che il BMI non incide significativamente sulla sopravvivenza dell’impianto, concludendo che i pazienti con BMI ≥30 non dovrebbero essere sistematicamente esclusi dall’indicazione alla protesi parziale.
Occorre tuttavia precisare che il sovrappeso non è privo di implicazioni cliniche. Una revisione sistematica più prudente segnala un incremento del rischio di revisione e di complicanze nei pazienti obesi, pur non configurando l’obesità come controindicazione assoluta.
In sintesi: un BMI elevato costituisce un fattore di rischio che deve essere discusso in modo trasparente con il paziente, ma non rappresenta più, di per sé, una controindicazione sufficiente a escludere l’indicazione alla protesi monocompartimentale. La decisione va sempre individualizzata.
L’operazione dura tra i 30 e i 45 minuti e si esegue di norma in anestesia spinale con sedazione.
L’accesso chirurgico è più limitato rispetto a quello della protesi totale. Viene rimossa la cartilagine degradata del compartimento interessato e si impiantano due componenti metalliche — una femorale e una tibiale — fissate con cemento ortopedico. Tra le due è interposto un inserto in polietilene ad alta densità, che garantisce lo scorrimento articolare e ripristina il volume perso dalla cartilagine consumata.
Esistono anche impianti non cementati, stabilizzati mediante superfici porose o rivestimenti biologici che favoriscono l’osteointegrazione.
Prima dell’intervento la risonanza magnetica permette di valutare l’integrità legamentosa, l’estensione del danno cartilagineo e l’eventuale coinvolgimento dell’osso subcondrale. Quando la risonanza non è eseguibile, per esempio nei portatori di pacemaker, ci si affida alla TAC.
L’introduzione dei sistemi robotici ha modificato in modo significativo la tecnica di impianto delle protesi monocompartimentali. Il sistema robotico non agisce in modo autonomo: è sempre sotto la guida del chirurgo e ne amplifica la precisione, consentendo tagli ossei più accurati, un posizionamento ottimale delle componenti e un bilanciamento legamentoso riproducibile, difficilmente ottenibile con la tecnica convenzionale a mano libera.
Il vantaggio percettivo della protesi monocompartimentale rispetto alla totale ha una base anatomica precisa. La preservazione dei legamenti crociati, strutture deputate alla propriocezione articolare, consente al sistema nervoso centrale di mantenere un’informazione accurata sulla percezione della posizione del ginocchio nello spazio, con un risultato cinematico più vicino all’articolazione nativa.
Questa differenza è particolarmente apprezzabile nei pazienti più attivi, che riferiscono una cinematica del passo più naturale fin dalle prime settimane. Nei casi con indicazione corretta, la letteratura documenta esiti funzionali superiori e un recupero più rapido rispetto alla protesi totale, attribuibili alla conservazione del patrimonio articolare non affetto.
È tuttavia necessario considerare l’eventualità opposta. La progressione della gonartrosi ai compartimenti adiacenti può rendere necessaria, nel tempo, la revisione dell’impianto con conversione a protesi totale. Si tratta di una possibilità reale, che va discussa in sede preoperatoria, anche se la procedura di conversione è tecnicamente ben standardizzata.
La riabilitazione comincia presto, di solito già il giorno dopo l’operazione. La maggior parte dei pazienti viene dimessa entro 2-3 giorni e viene autorizzata alla mobilizzazione precoce con carico assistito mediante stampelle.
Nelle prime settimane il programma riabilitativo è orientato al recupero dell’escursione articolare e alla riduzione dell’edema post-chirurgico. Il progressivo svezzamento dalle stampelle avviene in parallelo con il consolidamento del controllo muscolare. Le attività della vita quotidiana — guidare, salire le scale, fare la spesa — vengono in genere riprese in tempi più brevi rispetto alla protesi totale, un elemento rilevante anche per i familiari che assistono il paziente.
Un aspetto che sottolineo sistematicamente ai miei pazienti è la continuità del percorso fisioterapico, anche quando il sollievo precoce dalla sintomatologia induce a sottovalutarne l’importanza. Il ginocchio che risponde bene nei primi giorni post-operatori è esposto al rischio di rigidità articolare se la rieducazione non viene eseguita con costanza. La compliance del paziente alla fisioterapia è un determinante prognostico di pari rilevanza rispetto alla tecnica chirurgica.
I dati di sopravvivenza degli impianti monocompartimentali sono solidi e si sono ulteriormente migliorati con l’evoluzione dei design protesici e delle tecniche di impianto.
Uno studio a medio-lungo termine su protesi a piatto mobile ha documentato una sopravvivenza a 5 anni fino al 99,4% nei casi con allineamento implantare ottimale, contro il 92,5% nei casi con allineamento subottimale.
Il divario tra i due gruppi evidenzia in modo netto l’impatto della precisione tecnica sulla longevità dell’impianto.
Tre variabili determinano in modo prevalente la longevità dell’impianto: la correttezza dell’indicazione chirurgica, l’esperienza e la precisione tecnica del chirurgo, e il profilo di attività del paziente nel post-operatorio. Quest’ultima variabile dipende direttamente dalla persona e dalla sua aderenza alle indicazioni ricevute.
In presenza di gonalgia persistente resistente al trattamento conservativo, o qualora sia già stata posta indicazione per una protesi totale, una valutazione specialistica ortopedica consente di stabilire se esista un’opzione chirurgica più conservativa e appropriata al caso specifico.
La protesi monocompartimentale è un intervento in cui la correttezza dell’indicazione e la precisione tecnica incidono direttamente sul risultato e sulla durata dell’impianto. Il Dr. Daniele Caviglia, medico chirurgo specializzato in Ortopedia e Traumatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – Policlinico Agostino Gemelli, membro SIOT e SIAGASCOT, è dirigente medico presso il reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Israelitico di Roma e svolge attività clinica anche presso la clinica Ars Biomedica.
La sua attività si concentra in particolare sulle patologie del ginocchio, con una formazione dedicata alla protesica con allineamento cinematico e l’impiego della chirurgia robotica del ginocchio a supporto del posizionamento delle componenti protesiche. Ha inoltre partecipato come relatore a congressi dedicati alla chirurgia protesica e alle sue complicanze.
Se soffri di gonalgia persistente o ti è già stata proposta una protesi totale, una valutazione specialistica consente di verificare se nel tuo caso esista un’opzione chirurgica più conservativa. Prenota una visita ortopedica per inquadrare la tua situazione e definire insieme il percorso più adatto.

Dr. Daniele Caviglia
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