La lussazione della protesi d’anca è la fuoriuscita della testa protesica dalla sua sede, il cotile, cioè la componente artificiale che sostituisce la cavità acetabolare del bacino. È una delle complicanze più frequenti dopo l’intervento di protesi d’anca e, a differenza della lussazione dell’anca nativa, può verificarsi anche in assenza di un trauma significativo, talvolta in seguito a un semplice movimento incongruo.
Quando la protesi si lussa, deve essere riposizionata il prima possibile per ridurre il dolore acuto, limitare il danno ai tessuti molli periarticolari e preservare l’integrità dei componenti.
Nella maggior parte dei casi la riduzione si esegue senza aprire l’articolazione. L’instabilità può ripresentarsi e richiedere una valutazione più approfondita.
La lussazione della protesi d’anca è una condizione da non sottovalutare: il fattore tempo ne condiziona la facilità di risoluzione. Prima la protesi viene riposizionata, più basso è il rischio di complicanze a carico dei nervi e dei tessuti circostanti.
Una protesi d’anca sostituisce l’articolazione coxo-femorale con due componenti: uno stelo inserito nel femore, sormontato da una testa sferica che si articola all’interno del cotile (la componente acetabolare dotata di un inserto in polietilene o ceramica).
In ortopedia si parla di lussazione della protesi quando si perde il contatto tra i capi articolari, ovvero quando la testa protesica fuoriesce completamente dalla coppa acetabolare.
A differenza dell’anca nativa, in cui la stabilità è garantita da legamenti robusti e in cui sono necessari traumi ad alta energia (come gli incidenti stradali), nella protesi d’anca la stabilità dipende dall’impianto e dalla muscolatura. Per causare una lussazione possono essere sufficienti movimenti quotidiani e apparentemente banali, soprattutto nei primi mesi dopo l’intervento.
L’intervento modifica la capsula articolare e l’assetto dei tessuti molli che normalmente trattengono la testa nella sua sede; ecco perché la stabilità dipende soprattutto dalla forma, dalla misura e dal corretto orientamento dei componenti della protesi. In alcuni pazienti possono quindi risultare sufficienti gesti come allacciarsi le scarpe, accavallare le gambe o alzarsi da una sedia bassa.
Si distinguono due tipi principali di lussazione in base alla direzione in cui si sposta la testa protesica.
È la forma più comune di lussazione protesica. La testa della protesi fuoriesce posteriormente. Si verifica durante movimenti combinati di eccessiva flessione, intrarotazione e adduzione dell’arto (ad esempio chinandosi in avanti da seduti o incrociando le gambe). La gamba appare accorciata, ruotata verso l’interno e addotta verso l’asse del corpo.
È una forma più rara. La testa protesica si disloca anteriormente, spesso a causa di un movimento di estensione ed extrarotazione forzata dell’arto. In questo caso l’arto appare visibilmente ruotato verso l’esterno e abdotto (allontanato dal corpo). Il meccanismo tipico è l’estensione dell’anca associata a rotazione esterna.
Il momento in cui la protesi si lussa non è casuale e contribuisce a identificarne la causa. La letteratura distingue tre fasi.
Se per lussare un’anca sana occorre un impatto violento, nella protesi i meccanismi causali sono differenti: derivano dalla combinazione di più elementi e sono legati a fattori di rischio specifici, raggruppabili in tre categorie.
A questi si aggiungono:
Il ricorso a vie d’accesso chirurgiche mininvasive, come la via anteriore, può ridurre il rischio di lussazione, poiché risparmia la muscolatura e la capsula posteriore, che fungono da barriera naturale contro la dislocazione più frequente.
I segnali di una protesi d’anca lussata sono acuti, a insorgenza improvvisa e generalmente riconoscibili:
In alcuni casi si associano formicolio, intorpidimento o riduzione di forza nella gamba o nel piede. È un segnale da non trascurare, poiché può indicare un coinvolgimento del nervo sciatico, che decorre posteriormente all’articolazione. La conferma arriva dalla valutazione clinica e dagli esami di imaging.
Non tutte le sensazioni di instabilità corrispondono a una lussazione completa. Talvolta i pazienti riferiscono una sensazione di “micro-dislocazione”, un piccolo scatto o un cedimento durante determinati movimenti. Questa percezione non va ignorata, perché può rappresentare la spia di una sublussazione o di un iniziale consumo dei componenti.
La distinzione risiede nell’entità dello spostamento dei componenti protesici:
Sebbene la sublussazione sia meno drammatica, episodi ripetuti indicano un’instabilità cronica della protesi.
Questa condizione richiede uno studio approfondito per stabilire se alla base vi sia un problema di orientamento dei componenti o un’insufficienza tessutale, situazioni che possono richiedere un intervento di revisione.
Va considerato che circa un terzo dei pazienti con episodi di lussazione ricorrente necessita di revisione chirurgica dell’impianto.
La lussazione della protesi d’anca è un’urgenza ortopedica che non si risolve spontaneamente con il solo riposo.
A differenza dell’anca naturale, in questo caso la testa ossea è già stata sostituita: non sussiste quindi il rischio di necrosi avascolare. L’urgenza ha altre ragioni.
La testa protesica fuori sede provoca dolore e blocca la funzione dell’articolazione.
Nella protesi il problema è legato ai tessuti molli e all’impianto stesso. Più a lungo la protesi rimane lussata, più la muscolatura circostante si contrae e si irrigidisce, rendendo le manovre di riposizionamento progressivamente più difficili e traumatiche.
Vanno inoltre considerati altri aspetti:
Le evidenze disponibili indicano che la riduzione eseguita entro 12 ore dall’evento non aumenta il rischio di complicanze. Oltre tale soglia le degenze si allungano e aumentano le complicanze sistemiche.
Se non trattata in tempi rapidi, oltre alla recidiva, una lussazione protesica può associarsi a:
Una parte di queste complicanze può essere prevenuta con una diagnosi accurata e un trattamento tempestivo.
La diagnosi parte dall’osservazione clinica: l’atteggiamento anomalo dell’arto e l’anamnesi del paziente — una protesi d’anca associata a un movimento a rischio o a una caduta — orientano la diagnosi. Gli esami strumentali confermano la lussazione e guidano il trattamento.
In presenza di impianti particolari, come le protesi a doppia mobilità, la manovra di riduzione e l’interpretazione delle radiografie richiedono maggiore attenzione, perché esiste il rischio di una dissociazione interna dei componenti, che va riconosciuta.
Il trattamento dipende dal fatto che si tratti del primo episodio o di episodi ripetuti e dalla presenza o meno di una causa meccanica correggibile.
È il primo passo: consiste nel riportare la testa protesica in sede mediante manovre di trazione e rotazione, eseguite in sala operatoria sotto sedazione profonda o anestesia generale, così da rilassare la muscolatura, evitare danni ai tessuti e controllare il dolore.
Nella maggior parte dei casi la riduzione chiusa è sufficiente. Quando il primo episodio non riconosce una causa meccanica evidente, può essere gestito con la sola riduzione, seguita da un periodo di attenzione alle posizioni.
Se la riduzione chiusa fallisce, se sono presenti frammenti di plastica o osso interposti o se l’impianto è mobilizzato, è necessario ricorrere a un intervento a cielo aperto (revisione della protesi).
Dopo la riduzione si esegue un controllo radiografico. Può essere prescritto l’utilizzo temporaneo di un tutore di abduzione, per impedire i movimenti flesso-estensori estremi e consentire ai tessuti di sfiammarsi.
In questa fase è fondamentale analizzare la causa della lussazione per prevenire le recidive. Nei pazienti ad alto rischio si valuta l’adozione di componenti dual-mobility, oggi tra le soluzioni più efficaci per ridurre il rischio di nuovi episodi.
Dopo la riduzione, l’anca viene gestita con un periodo di protezione e con un programma riabilitativo progressivo, orientato al recupero della mobilità e al rinforzo dei muscoli stabilizzatori dell’anca, in particolare abduttori e glutei. Tempi e modalità variano da paziente a paziente in base alla causa della lussazione, alla stabilità ottenuta e all’eventuale necessità di revisione.
Si valuta l’intervento di revisione quando la riduzione chiusa non riesce, quando la lussazione recidiva o quando si individua una causa meccanica, come il malposizionamento di una componente. Circa un terzo dei casi richiede un trattamento chirurgico. L’obiettivo è correggere la causa dell’instabilità attraverso diverse opzioni:
La prevenzione comincia in sala operatoria, con un corretto posizionamento delle componenti e un adeguato bilanciamento dei tessuti molli, e prosegue nel post-operatorio. Nelle prime settimane, soprattutto dopo un accesso posteriore, vengono generalmente indicate alcune precauzioni:
L’utilità delle restrizioni più rigide, specie con accesso anteriore, è oggi oggetto di dibattito in letteratura.
Restano validi la prudenza nei movimenti delle prime settimane e il rinforzo muscolare guidato dal fisioterapista. Le indicazioni precise dipendono dall’accesso chirurgico e vanno concordate con il proprio chirurgo.
Se porti una protesi d’anca, presta attenzione a questi segnali:
La gestione di una protesi d’anca instabile o che ha subìto episodi di lussazione richiede una competenza specialistica approfondita nella chirurgia di revisione.
Se avverti scatti dolorosi, sensazione di cedimento o hai già subìto un episodio di lussazione, una valutazione specialistica accurata può evitare interventi in urgenza.
Il Dott. Daniele Caviglia, Chirurgo Ortopedico specializzato nelle patologie e nella chirurgia dell’anca e del ginocchio a Roma, riceve in visita privata presso la clinica Ars Biomedica.
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Il Dott. Daniele Caviglia è chirurgo ortopedico a Roma, specializzato nelle patologie e nella chirurgia dell’anca e del ginocchio, con particolare interesse per la traumatologia sportiva e la medicina rigenerativa.
Si è laureato in Medicina e Chirurgia con 110/110 e lode all’Università La Sapienza di Roma e ha conseguito la Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia con 70/70 e lode presso il Policlinico Agostino Gemelli.
Ha maturato esperienza presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna ed è membro di SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia) e SIAGASCOT (Società Italiana di Artroscopia, Ginocchio, Arto Superiore, Sport, Cartilagine e Tecnologie Ortopediche).
La chirurgia protesica dell’anca rientra tra le sue principali aree di attività, dalla protesi d’anca mini-invasiva con accesso anteriore alla gestione delle complicanze come l’instabilità e la lussazione protesica, insieme al trattamento della coxartrosi e alla medicina rigenerativa (PRP e Lipogems).
Opera come Dirigente Medico presso l’Ospedale Israelitico di Roma e riceve in visita privata presso la clinica Ars Biomedica (Via Luigi Bodio 58, Roma). È convenzionato con le principali assicurazioni sanitarie private.
Il caso riguarda una paziente di circa 74 anni, operata di protesi totale dell’anca destra con accesso posterolaterale in un’altra struttura quattro mesi prima della nostra visita. Nel 2019 era stata sottoposta a un intervento di artrodesi lombare, cioè una fusione delle ultime vertebre con il sacro.
La prima lussazione era avvenuta a tre mesi dall’intervento, mentre si alzava da una poltrona bassa. La protesi era stata ridotta in pronto soccorso in sedazione, senza bisogno di operare. Tre settimane dopo, mentre si infilava una scarpa da seduta, l’episodio si era ripetuto.
È giunta alla mia attenzione spaventata. Aveva smesso di uscire di casa e dormiva con un cuscino fra le gambe.
All’esame clinico l’anca era stabile e non dolente. Colpiva invece la rigidità della colonna lombare: il bacino quasi non si inclinava nel passaggio dalla posizione eretta a quella seduta.
Ho richiesto radiografie del bacino in piedi e da seduta, un esame che non si esegue di routine. Il confronto ha mostrato che l’inclinazione del sacro variava di pochi gradi. Sulla radiografia tradizionale la coppa acetabolare appariva ben posizionata, ma in una paziente con un bacino che non si muove il suo orientamento diventava sfavorevole proprio nel momento in cui si sedeva e si rialzava.
Dopo averne discusso insieme, abbiamo scelto un intervento di revisione con impianto di una coppa a doppia mobilità, un meccanismo che amplia l’arco di movimento disponibile prima che la testa della protesi arrivi a scavalcare il bordo. In un’anca come la sua è la soluzione che dà più margine, e per questo l’abbiamo preferita.
A dodici mesi la paziente non ha avuto altri episodi ed è tornata a uscire da sola.
In casi come questo la lussazione non nasce dall’anca. Nasce dal rapporto fra l’anca e la colonna: quando la schiena è rigida, il bacino smette di accompagnare i movimenti e la protesi si trova a lavorare in una posizione diversa da quella prevista in sala operatoria. Per questo, in un paziente già operato alla colonna lombare, quelle due radiografie andrebbero eseguite prima di impiantare la protesi, non dopo la prima lussazione.

Dr. Daniele Caviglia
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